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Chicercatrovablog

Blog dell'Associazione di volontariato Chicercatrova Onlus

 


La professoressa di psicologia che ha inventato a Yale un corso di felicità se lo è visto frequentare da 1147 allievi. Il più alto numero di iscritti nei 300 anni divita della Università. Lei si chiama Laurie Santos, ha 42 anni e ammette che il corso «mi ha reso felice». Il suo insegnamento si basa su lettura di testi non specificati, analisi dell’articolo della Costituzione Americana che sancisce «il diritto alla felicità». E compiti a casa genere «Fatti un nuovo amico».

Ora, se il mio compito a casa è «Fatti un nuovo amico» e io non ci riesco, anzi magari incappo in un bullo che mi umilia, il corso di certo non mi avrà reso felice. Per antifrasi, forse potrebbe rendermi felice non frequentare un corso di felicità. 

Perchè la sua felicità, ciascuno di noi è perfettamente capace di definirla. E anche di riconoscerla. Di solito, la riconosciamo al passato. Quasi mai sul momento. Ma c’è anche chi è in grado di dire a sé stesso o a un altro «Fermati. Guarda. Non senti come siamo felici adesso?». 

Inoltre, secondo me, magari sbaglio, tra le poche cose certe nella bimillenaria diatriba sulla felicità, c’è che si tratta di una condizione esclusivamente e assolutamente dell’io. Ovvero che ciascuno di noi ha una sua personale felicità.  

Sentirsi dire dalla professoressa Santos che i soldi nulla hanno a che fare con la felicità, non mi pare una scoperta. Mi intriga di più la realpolitik del detto, sempre americano, che asserisce che, dovendo piangere, è meglio poterlo fare dentro una Roll’s Royce che dentro un’utilitaria scassata. 

E alla fine, come ricerca della felicità, proporrei di seguire il sentiero degli anziani. I maestri. Tutti, ma proprio tutti, poco prima di morire (e magari sono stati cinici e malati di potere e di successo e di denaro per tutta la loro vita) ci dicono: «L’unica cosa che conta è quanto hai saputo amare. Senza aspettarti nulla in cambio.

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