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Chicercatrovablog

Blog dell'Associazione di volontariato Chicercatrova Onlus

Il servizio è l'unica garanzia di rimanere nell'amore del Signore. L'amore del Signore è vero, credibile, quando si trasforma in atteggiamenti di servizio nei confronti degli altri. L'amore non si vede da quello che uno dice di provare ma da quello che uno fa. L'amore, quindi, non è solamente un bel sentimento o le farfalle nella pancia: l'amore, se è tale, diventa comportamento, atteggiamento, si trasforma in gesti materiali, si realizza in azione. Quando uno non mi giudica, lì c'è amore... quando uno mi ascolta, lì c'è amore... quando uno sa capirmi e sa entrare nei miei panni, lì c'è amore... quando uno mi dice: "Io ci sono e sto con te...", lì c'è amore. Quando uno mi dice: "Ti chiedo scusa per ciò che ho detto... fatto...", lì c'è amore. Quando uno si prende concretamente cura di me, lì c'è amore. Quando uno mi dice: "Grazie... E' bello quello che tu dici... Che bella persona che sei...", lì c'è amore. Quando uno mi dice: "Lo faccio io... vengo io... ti do io una mano...", lì c'è amore. Quando uno mi dice: "Adesso basta, ti ho perdonato. Chiuso", lì c'è amore. (Marco Pedron, in www.Qumran2.net)

Vittorino Andreoli e i malati terminali

aquilainvolo

Può una malattia grave rendere le persone più “cattive”? E quanto la “cattiveria”, del paziente o dei familiari, può influire ed ostacolare i percorsi di cura? Secondo lo psichiatra Vittorino Andreoli, che non ama il termine “cattiveria” perché “la psichiatria e la psicologia devono cercare di capire, non di giudicare”, bisogna comprendere “il vissuto del paziente quando viene a sapere che l’unica sua attesa è quella della morte”.

“E’ un paziente un po’ particolare perché non spera nella vita, nella guarigione, ma è certo della morte – osserva Andreoli in una intervista al Sir a margine di una tavola rotonda sul tema che si è svolta ieri a Roma -. L’oncologo può dirgli qual è la sua speranza di vita, ma è sempre in attesa della morte. Questo crea un vissuto molto difficile, dato dall’impotenza. C’è anche l’impotenza del proprio medico, che il paziente non può amare perché non risolve la sua malattia. Credo che all’interno ci siano dei bisogni distruttivi: ‘Io non posso fare niente, non valgo più niente’. Il senso di impotenza può portare spesso all’aggressività, alla violenza”. Per contrastare questa attitudine a suo avviso bisogna avere “fiducia nel proprio medico”, perché “delegando il proprio problema, si ottiene sicurezza, serenità e speranza”. “E’ stato dimostrato scientificamente – afferma lo psichiatra – che aver fiducia, così come la gioia, agisce sul sistema immunitario deputato alle difese dell’organismo. Se noi risolviamo questo problema troviamo un aiuto straordinario alla terapia, che deriva proprio dalla speranza, da una attesa in positivo. Forse facciamo male a parlare solo della morte a questi pazienti. Dovremmo sempre parlare di vita e riconsiderare la morte come un mistero”. Il primo consiglio che rivolge ai medici è quindi: “Non si può dire ad una persona: ‘Tra un po’ morirai’, perché crea un pathos drammatico che non aiuta il paziente”. Andreoli ritiene inoltre la preghiera come il “farmaco” “più efficace e più diffuso. Costa meno e non ha effetti collaterali”: “Oggi sappiamo che quello che era un consiglio umano e di buonsenso ha un effetto biologico sul sistema immunitario. Per cui se uno ha fiducia – una parola che ha la stessa radice di ‘fede’ – può attivare meglio le proprie difese biologiche”.

(Tratto da www.agensir.it, 13 aprile 2018)

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